Racconto di una famiglia affidataria

Una giudice onoraria, da noi incontrata, nei mesi scorsi, ricoprente
contestualmente i ruoli di docente universitaria, consulente presso l'ordine
delle a.s., nonché curiosamente, presidente di una comunità per minori, ha
detto che porterà la storia che riportiamo in seguito, agli studenti del terzo
corso, quale esempio da non seguire. Ci auguriamo che possa essere un monito
per tutti.
Ogni genere di abuso trova nel silenzio il miglior alleato ...Ecco
perché abbiamo scelto di romperlo.. ......non chiediamoci perchè solo una
famiglia affidataria su cinque è disposta a rifare affido dopo una prima
esperienza.... ..molte..... ......troppe, sono le famiglie affidatarie gettate
nel silenzio e nella mortificazione che, hanno preferito dimenticare ..a loro
pensiamo nel raccontare la nostra esperienza.
La bambina ci è stata affidata dal servizio affidi del comune di Vicenza, nel 2002, con un progetto di lunga durata: almeno otto anni, ovvero, fino al compimento della scuola dell'obbligo. Quando varcò per la prima volta la soglia di casa nostra, l'assistente sociale che l'accompagnava, esordì dicendo: Omero, ha notato come le somiglia?.... vedrà presto la chiamerà papà. Era una bimba esile, tutta occhi e capelli saltava da una sedia all'altra e cantava “fratelli di taglia”.
La prima sera, vomitò. E' un'immagine che non ci toglieremo mai dagli occhi Ci
era stata presentata come una bimba affettuosa, sempre alla ricerca del centro
dell'attenzione, vivace, anche se caratterizzata da un lieve deficit
cognitivo, che peraltro percorre tutti i componenti della famiglia così come
si evince dal progetto stilato dagli operatori. Il papà era mancato da pochi
mesi lasciando la madre sola ed incapace di affrontare la quotidianità. Quel
vomito era la manifestazione del suo malessere: non aveva la sua mamma con se.
Giovanna si era proposta di affiancare la madre dalle faccende domestiche
all'uscita per un gelato con le bimbe. Rimase però inascoltata. L'idea di
tenere insieme madre e figlie era nelle nostre corde e vedevamo nel rientro in
famiglia della bambina il più naturale degli obiettivi. D'altronde cos'altro è
l'affido se non un aiuto a superare una momentanea difficoltà che, dopotutto
può riguardare ognuno di noi Giovanna ed io, avevamo da poche settimane
concluso il corso di adozione. Avevamo però scelto di non darvi seguito,
perchè al nostro orizzonte c'era lei, che ancora non avevamo conosciuto.
Durante i primi mesi la mamma e la sorella incontravano la bambina, il sabato
mattina, da noi. Facevano colazione, uscivano insieme, per poi rientrare nel
tardo pomeriggio. La bimba era caratterizzata da dei tratti fortemente
oppositivi ed un comportamento spesso provocatorio. Da noi, per quattro anni,
sono volate spesso sedie e stoviglie. Secondo l'analisi degli operatori tale
atteggiamento era indotto dall'incapacità di tollerare i comportamenti tipici
del modello familiare...... forse, aveva solo bisogno di stare con la sua
mamma. Dopo poche settimane, la sorella conobbe l'esperienza della comunità,
al compimento del dodicesimo anno, in seguito ad un episodio, sul quale, mai,
è stata fatta luce. L'educatrice della sorella, ci confidò che le stavano
somministrando psicofarmaci (la comunità che l'accoglie è autorizzata alla
sperimentazione di fali farmaci dal 1994). Quando gridammo allo scandalo,
improvvisamente, l'educatrice scomparve e fu sostituita da una collega che
naturalmente ci evitò con cura. La sorella era mite e remissiva. La bimba, da
noi accolta, era stata allontanata perchè i suoi tratti oppositivi,
costituivano un impedimento alla relazione fra le due. Quando la sorella
iniziò a battere i piedi perchè voleva la mamma, fu passata per psicofarmaci.
Nel frattempo la sorellina che stava con noi, veniva contenuta a terra da
Giovanna, quando i suoi scatti d'ira non erano altrimenti controllabili. La
bimba in cinque anni non ha mai preso una sola aspirina. Le manifestazioni
rabbiose della bambina continuavano a caratterizzare le nostre serate, in
particolar modo nei giorni precedenti l'incontro con la mamma. Sentimenti
quali la solitudine, il fallimento nei confronti della bimba, accompagnati da
una grande stanchezza cominciavano a farsi strada, in noi. Quando noi
riportavamo ciò, nel corso degli incontri agli operatori, questi ultimi ci
dicevano che sapevamo a cosa andavamo incontro facendo affido. Le richieste
continue di vedere la mamma, di chiamarla al telefono, apparivano a noi più
che legittime. La negazione che a tali richieste, nostro malgrado, seguiva, ci
procurava una grande frustrazione.... Avevamo rinunciato all'adozione per
svolgere il nostro ruolo di “collante” nel percorso di affido, e ci
ritrovavamo, invece, ad essere complici in un processo che divideva.
Durante gli incontri periodici gli operatori mettevano in luce aspetti riguardanti gli stili di vita della famiglia d'origine, con la sola finalità di farcela
apparire inadeguata, giungendo, a volte a deriderne taluni suoi componenti.
Nonostante il nostro senso di frustrazione fosse palpabile, il progetto
conobbe vari rinnovi.
....ma qual cosa stava cambiando.... la bimba
stava iniziando ad intrecciare relazioni amicali con taluni compagni di classe
e mentre un tempo, preferiva i contatti con gli adulti, iniziava , ora, ad
uscire il pomeriggio, a giocare con le bimbe dei vicini. Il suo rendimento
scolastico andava decisamente migliorando, destando la meraviglia di tutte le
insegnanti. Acquisiva nuove abilità, a lei sconosciute che poi trasferiva
nell'esperienza scolastica Si iniziava a stare a tavola, tutti insieme,
amabilmente a conversare. In quei momenti la bambina era speciale, in modo
particolare quando c'erano ospiti. Sono innumerevoli le circostanze che
potremmo ricordare, in cui ricevevamo complimenti e felicitazioni per la sua
prontezza. I vicini , di lei, apprezzavano i bei modi gentili. Aveva un
saluto per tutti. Ci divertiva molto sentirla scimmiottare espressioni colte
da noi. Insomma, tutto il vicinato le voleva bene. Piano piano aveva
cominciato ad andare a scuola da sola. La mandavamo anche a fare, quindi,
qualche piccola commissione, e l'indomani chi l'aveva incontrata aveva
qualcosa di carino da raccontarci. La domenica andava a messa con la nonna
Paola, con la quale aveva un rapporto speciale: era lei che le preparava il
panino tutti i pomeriggi, da lei scendeva per vedere la televisione che noi
non abbiamo. Con lei faceva delle grandi chiacchierate. Le raccontava del
papà, della sorella, della mamma e dei nonni.
Con l'approssimarsi della solennità della Prima Comunione, la bambina, come tutti i suoi compagni nutriva grandi aspettative per quel giorno. Tutti non facevano che ripetere
che lo avrebbero vissuto in modo speciale. Sarebbero andati chi in campagna,
chi in un lussuoso ristorante, chi al mare e così via. Lei manifestò, così, il
desiderio di avere per quel tanto importante, la presenza della mamma, della
sorella e dei nonni. Ci facemmo così interpreti dei suoi desideri, e girammo
la richiesta ai servizi sociali un mese prima della solennità. La risposta non
arrivava nonostante le nostre rinnovate richieste. La bambina, era inquieta;
sapeva che la decisione non spettava a noi. Arrivammo così alla vigilia. Lei
ci disse: mi basta un panino al bar, ma con la mamma, mia sorella ed i nonni.
Chiamammo, cosi, per l'ennesima volta l'assistente sociale. La loro presenza
fu consentita nello spazio temporale della cerimonia in chiesa. Poi una foto
ed ognuno a casa propria. Mi ritrovai così a consolare il nonno piangente sul
sagrato. La giornata che appariva compromessa divenne invece motivo di gioia,
dopo aver individuato all'ultimo momento un'idea felice per trascorrerla.
Il giorno successivo manifestammo con fermezza il nostro disappunto per quella scelta adottata dai servizi. Da quel momento diventammo inadeguati. La
denuncia della somministrazione di psicofarmaci alla sorella e quest'ultimo
episodio ci fecero apparire agli occhi degli operatori non più rispondenti
alle loro aspettative. Da quel momento l'assistente sociale ci negò il saluto.
... più avanti pagheremo lo scotto delle nostre prese di posizione
Quell'episodio rappresentò per la bambina un momento chiave. Da quel momento fece un ulteriore grande passo avanti grazie alla complicità che si era
instaurata. C 'erano ancora quei momenti ma andavano scemando, e quando
accadevano, dopo una lotta corpo a corpo a terra con mamma Giovanna il tutto
finiva in un pianto ristoratore. Ultimamente si ritrovavano entrambi a
piangere abbracciate. Poi la bimba chiedeva scusa.
Alle soglie della pubertà, io e Giovanna iniziammo ad interrogarci sulle nostre capacità di affrontare l'adolescenza della bambina. Saremmo stati in grado di fronteggiare da soli quella delicata fase? Ci inquietava ma allo stesso tempo, sapevamo di voler continuare ad essere per lei una presenza costante nel tempo. Dopotutto noi eravamo diventati mamma Giovanna e papà Omero, così come peraltro gli operatori avevano auspicato redigendo il progetto per la bimba.
Vedevamo nell'inserimento della bambina presso una comunità, con il rientro nei fine settimana, e durante le vacanze, la più idonea delle soluzioni. Esponemmo, quindi, la nostra riflessione agli operatori che, approvarono.
Questa delicata fase sarebbe iniziata gradualmente, per andare a regime dopo qualche mese.
Quando a Gennaio del 2007, in dirittura d'arrivo dell'anno scolastico (la
bimba frequentava la quinta elementare presso le scuole di Laghetto-Vicenza),
ancora non c'era all'orizzonte una via percorribile, iniziammo a preoccuparci.
Quanto più si avvicinava la fine dell'anno scolastico tanto più
l'allontanamento sarebbe stato vissuto come uno strappo....... Quei mesi
volarono. La bambina fece il suo primo incontro con la comunità il 14 giugno ed il 15 vi entrò, senza più uscirne. Uscì di casa la mattina del 15 giugno
stringendo in pugno, la coroncina che la nonna Paola le aveva messo tra le
mani e, con un angioletto appeso al collo, che mamma Giovanna aveva comprato pochi giorni prima. Un secondo angioletto, uguale, se lo appese al collo Giovanna. In questo modo , il dolore per la lontananza, sarebbe stato
affievolito. Quella mattina, c'eravamo tutti ad accompagnare la bambina a
Calvene, in comunità. C'erano anche Marcello, Gianmaria in carrozzella ed i
cani Lussi e Figaro. Quando fu il momento di lasciarci, lei scompigliò i
capelli di Gianmaria, così come aveva visto fare la nonna Paola per cinque
anni.
In questi nove lunghi mesi abbiamo visto la bambina una sola volta, per
un'ora: il 2 agosto, presso i servizi sociali di Vicenza. Improvvisamente i
ruoli si invertirono: gli esclusi non erano più i nonni e la mamma, ma noi. Su
di noi scese la notte. Quando chiamavamo i servizi per avere notizie della
bimba, ci dicevano che stava bene e non chiedeva di noi. Tutti gli operatori
avevano sempre affermato che non ci sarebbe mai stato rientro in famiglia di
origine per la bimba. La dottoressa Moro, in carica fino al 30 agosto, lo
aveva anche gridato sulle scale il 14 giugno: Omero, toglitelo dalla testa.
Quella bambina non rientrerà mai con la madre. Dietro l'angolo c'era e c'è
tuttora per la bimba l'istituzionalizzazione. Sono state vietate le visite
anche alle compagne di classe, per mesi. Quando la mamma di una delle compagne si presentò in comunità, con due di loro, per incontrare la bimba, si sentì rispondere da Don Gobbo, referente della comunità, che la bimba non c'era, trascorreva i fine settimana in una località segreta, mortificando il
desiderio della signora a ritornarvi. Nell'occasione di uno degli incontri con
la psicoterapeuta, la bimba aveva nel frattempo, scritto un biglietto, con la
richiesta di farcelo pervenire. Quel biglietto fu poi, invece trattenuto per
giorni e giorni, dalla dottoressa Castegnaro. La stessa si affrettò a
portarcelo, personalmente, quando la informammo che ne eravamo a conoscenza.
Pochi giorni dopo ricevemmo una cartolina, scritta dalla bimba nella quale
scriveva: Voglio tornare a casa perchè non posso stare senza di voi. Presi
dallo sconforto telefonammo ai nonni, che non ci avevano mai nascosta la loro
gratitudine. Con loro avevamo vissuto un momento di intensa commozione, pochi giorni prima dello strappo. Notammo, però, fin da subito che ci erano
diventati ostili. Con l'inizio della scuola si aprì per noi la sola possibilità
di vedere la bimba: piazzarci lungo il percorso del pulmino nel tentativo di
catturare il suo sguardo. Dopo pochi giorni, quando gli operatori vennero a
conoscenza delle nostre iniziative intraprese, l'assistente sociale Paola
Baglioni, ci informò sull'esistenza di una lettera scritta dalla madre nella
quale manifestava la volontà che la bimba non potesse vederci. Com'era
possibile? La mamma della bimba aveva sempre tenuto con noi un atteggiamento più che cordiale. Ogni qualvolta incontrava la figlia non faceva che ripetere: saluta tutti a casa, dai un bacio a Gianmaria. Ci è stato negato di vedere la bimba anche nell'occasione delle festività natalizie. Dopo estenuanti
insistenze abbiamo ottenuto il permesso di chiamare in comunità, il giorno del
suo compleanno. Qualche giorno dopo sapremo che la bimba era paralizzata
dall'emozione, ed altrettanta ne aveva riconosciuta nella voce di Giovanna.
Dopo quella telefonata è stato un susseguirsi di affermazioni e di smentite,
di lusinghe ed infine di volgarità pur di distogliere la nostra attenzione
dalla bimba, l'assistente sociale ci ha proposto l'affido di una creatura, un
bimbo idrocefalo, di 21 settimane abbandonato dalla madre dopo il parto. Aveva appena subito un intervento. Comincia a pensarlo perchè ne ha bisogno, aveva detto a Giovanna, la Baglioni. Giovanna, già all'opera con lana e ferri, per
tessere un berrettino aveva risposto: lo sto già facendo da quando me ne hai
parlato la scorsa settimana. Due settimane dopo, la Baglioni dirà che si era
fatta prendere dall'emotività, che il bimbo era più morto che vivo, che era in
vita solo grazie all'accanimento dei soliti medici obiettori clericali, che
lei l'avrebbe lasciato alla sua sorte, che doveva subire decine di interventi,
che un medico era stato nominato tutore e che infine mai l'avrebbe affidato a
noi. Mentre due settimane prima aveva affermato che la nostra esperienza nel
mondo dell'handicap ci faceva apparire adeguati a prenderci cura di quella
povera creatura, della quale ci aveva fornito le generalità,dirà poi che non
lo siamo ne per lui, ne per altri. Avete lavorato bene fino al quarto anno
(episodio Prima Comunione); dopo di che vi siete sovrapposti agli operatori,
dimostrandovi inadeguati. Nelle settimane a cavallo dello strappo, la
dottoressa Moro, ci aveva proposto una collaborazione a Caldogno ed un'altra
poi al villaggio sos. Avevamo iniziato a fare affido prima ancora di sostenere
il consueto corso. Era stata proprio la Baglioni a catturarci nel 2001 quando
noi le avevamo chiesto un aiuto per dare un sollievo alle giovani coppie che
si trovavano a fronteggiare la nascita di un figlio portatore di handicap.. Ad
oggi, la bimba è sotto ricatto. Se ci vedrà, la mamma non la premierà....
...non si sta per sempre in comunità.. ci aveva detto la bimba il 2 agosto.
Sembra invece che Don Gobbo abbia affermato che possa essere trattenuta fino
al ventunesimo anno di età. Se dovesse rientrare in famiglia d'origine, noi
saremo i primi a gioirne. Una cosa è certa, non tollereremo che la bambina
diventi una voce di bilancio della cooperativa Radica. Così come non siamo
disposti a tollerare il comportamento indecente della dottoressa Baglioni, che
da un lato riabilita la figura della madre, dall'altro però, la deride nei
corridoi, riportando aspetti che riguardano la vita intima di quella donna.
Quando, infine, Omero incontrò casualmente i nonni, all'interno di un negozio,
del quale è cliente abituale, chiese loro spiegazioni sul loro immotivato
risentimento nei nostri confronti. Il nonno prese ad insultarlo, con epiteti
quali: scemo, disonesto, ladro di bambini, minacciando di rompergli la faccia.
Dopo un tentativo di ricondurlo alla calma, se ne andò, con la faccia “rotta
pubblicamente”. Ora, ci sembra evidente che i sentimenti espressi con tanta
virulenza dal nonno sono stati alimentati da altri ....... lo stato di
svantaggio sociale in cui si trova la bimba e la sua famiglia, cavalcato dagli
operatori del servizio affidi, non può diventare un alibi per garantire un
posto letto coperto alla cooperativa Radikà, alla quale il comune di Vicenza e
l'ulss 6 riconoscono una retta giornaliera prossima a 120 euro/giorno.
La legge 149/2001 assegna ai servizi affido il compito di facilitare il dialogo
fra la famiglia di origine e la famiglia affidataria, non di mettere l'una
contro l'altra. La legge 149/2001 nata per dare a tutti i minori in difficoltà
una famiglia, ha visto invece crescere a dismisura comunità e case famiglia,
particolarmente in Veneto dove 2 minori su 3 sono in comunità. La regione
Piemonte attraverso politiche virtuose, ha fatto precipitare in pochi anni il numero degli inserimenti in strutture. Solo un minore su tre, infatti, è
collocato in comunità. Lo stato spende oggi più di 500 milioni di euro/anno per tenere i minori lontani dai loro affetti. Il Veneto ne spende da solo 24 milioni. Sia rivalutato il ruolo della famiglia affidataria, come ha saputo fare la regione Piemonte. I bambini non possono finire nelle mani
dell'industria della solidarietà.

Ho chiesto al nuovo assessore ai s.s. di Vicenza, GIULIARI: Assessore, lei non
crede che sarebbe opportuno cominciare a chiudere qualche comunità/casa
famiglia se non vogliamo che la lotta all'istituzionalizzazione che ad ogni
convegno viene puntualmente evocata, rimanga lettera morta?.... Sig.
Faggionato, se lei avesse un figlio dipendente di una cooperativa sociale non
si preoccuperebbe che potesse perdere il posto di lavoro??....
Riporto di seguito uno stralcio di uno scritto indirizzato al Pubblico Tutore dei minori della regione Veneto. Lo faccio nella remota speranza che questo tema esca dal ghetto nel quale è coattamente relegato. ..........non disponendo della
possibilità/facilità di accesso all'informazione riconosciuta/spettante ai
titolari delle risorse destinate al settore famiglia­minori, è anche possibile
che nostre affermazioni cadano alla stregua di strafalcioni. E' un rischio che
corriamo volentieri. Fateci capire. Se riconosceremo di aver offeso qualcuno,
faremo pubblica ammenda. Don Gobbo (ex presidente CNCA del Veneto) si è
risentito perché gli ho detto che ha un'azienda cui pensare. Non è forse vero?
Oggi il privato sociale, parla inglese come un'aggressiva azienda della new
economy. Assume educatori, con contratti a termine, mercanteggia con i
dirigenti dei servizi territoriali importi delle rette, e con un po di puzza
sotto il naso snobba quelle strutture, concorrenti, che si pongono sul mercato
con condizioni troppo vantaggiose, commissiona analisi di mercato, assume neo­laureati, poco più che ventenni, con contratti a progetto, alla guida di
reparti strategici quali le relazioni esterne, risorse umane, ecc.. Riceve
elargizioni dalle fondazioni bancarie che attraverso i loro istituti operano
nei mercati finanziari emergenti, caratterizzati da assenza di welfare e reti
di tutela, lavoro minorile, quando addirittura non implicati in scambi legati
agli apparati bellici. Per contro. Sembra pensare in russo, cinese: Stanno
sotto un tetto che non è loro, mettono insieme il pranzo con la cena grazie
alle rette di comuni ed ulss, (120 euro al giorno con una copertura media di 8
minori, sono circa 30.000 euro al mese), costringono i loro educatori a
scendere in piazza per avere lo stipendio, dopo avere magari marciato a fianco
di rappresentanti sindacali contro la precarietà, la flessibilità, hanno ai
loro poggioli le bandiere arcobaleno per il disarmo, e la pace universale.
Fateci capire. Salvo poi dividere a fine anno i residui, fra i soci, perché
hanno scelto un regime fiscale che glielo consente. Fateci capire.
Contestualmente, non pongono alcun velo alle loro criticità nei confronti
dell'affido familiare, dopo essere stati attori nei piani di zona. Fateci
capire. Piani di zona/ costituzione centri per l'affido. Quali sono gli
attori? In nome di chi agiscono? Le conferenze dei sindaci, in nome di chi
agiscono? La politica locale poco o niente conosce in tema di affido.
Certamente per i 39 comuni, che sottoscrivono la delega è più comodo pagare
qualche retta, e lasciare che siano altri ad occuparsene. I cittadini lo
sanno? Chi autorizza il sindaco xxxx a sottoscrivere una cambiale in bianco a
nome di decine di migliaia di contribuenti che ne diventano ignari debitori?
Come potete parlare di lotta all'istituzionalizzazione? (Don Gobbo al tavolo,
attraverso una sua emanazione – Giudici tutelari che sono al contempo
presidenti di comunità – rete di tutori volontari costituiti prevalentemente
da operatori dei servizi territoriali – sindaci con cento e oltre tutele su di
sé ­ dirigenti dei servizi che hanno affermato di subire le iniziative
dell'ufficio da lei presieduto ­ Ancora. I medesimi dirigenti che una volta
usciti dal servizio per il quale ed in nome del quale hanno abbracciato linee
guida approcci, intendimenti, cambiano casacca ed indossano quella della nuova AZIENDA, che vanno a dirigere). Come potete, ai convegni, evocare la necessità di scelte omogenee se ciò che andava bene qui non va più bene lì, domani, semplicemente perché è cambiato il detersivo. Ribadiamo COME POTETE perché naturalmente noi ci chiamiamo fuori nonostante il Dr.xxx, la dr.ssa xxx si siano accomiatati dicendoci andate avanti con questa iniziativa dall' ALTO VALORE CIVICO.
Nel frattempo, mentre noi ci dilunghiamo in questa fastidiosa
querelle, mentre il privato sociale attraverso le varie sigle che lo
compongono lancia ai convegni proclami in nome ed a tutela dei bambini
sfortunati, proclami che paiono sempre più slogan svuotati di ogni significato
dove il solo messaggio sembra essere “le nostre comunità lavano più bianco”,
un'anonima maestra è in questo momento protagonista di una bella storia; una
storia che a dispetto della società liquida nella quale noi tutti sembriamo
essere sprofondati, lancia un raggio di luce, fra le molte ombre di cui troppi
operatori sembrano alimentarsi. Si tratta di una mamma, rimasta sola,
trovatasi all'improvviso a fronteggiare una momentanea difficoltà economica,
con un bambino in età scolare. Quante vicende analoghe, sono sotto gli occhi
di chi ha occhi per vedere, quotidianamente? Noi tutti sappiamo che oggi le
difficoltà economiche costituiscono una fra le prime cause di allontanamento
di minori dalle loro famiglie. Paradossalmente, da un lato ci si pone come
paladini difensori dei più svantaggiati, con proclami sui portali web,
dall'altro però si approcciano questi “casi” con un atteggiamento “punitivo”.
Ebbene, l'anonima maestra, lungi dal segnalare zelantemente il “caso” agli
organi preposti, ha coinvolto alcune mamme volonterose della classe, si sono
rimboccate le maniche, si sono sporcate le mani, e stanno conducendo la
sfortunata o meglio, “fortunata” mamma fuori dal tunnel. Quale miglior esempio di spontanea applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Ognuna di quelle mamme, e quella maestra (che DIO LA BENEDICA), deve aver in cuor suo affermato: L'état c'est moi. Questo, se ci è concesso ricordarlo, è il
medesimo sentimento che animò Giovanna sei anni fa, quando si propose, per un affiancamento nei confronti della madre della bimba. E' lo stesso moto che sta muovendo la giunta regionale Piemonte, e la giunta comunale di Torino, che attraverso iniziative coraggiose, stanno da un lato facendo scuola, dall'altro
suscitano la levata di scudi dei dirigenti del privato sociale (leggasi la
lettera aperta della dr.ssa Cesarini del CNCM). Noi pensiamo che sia
intollerabile che temi quali la cura e la tutela di bambini, bambine, ragazzi
e ragazze continui a rappresentare una sorta di “riserva protetta”,
all'interno della quale solo distratti sindaci, operatori dei servizi
territoriali, giudici onorari, ordini professionali, agiscono indisturbati.

Omero Faggionato ANACRUSI associazione di promozione sociale 0444927611 – 3384296616. Da Confinionline.it del 29/08/2008


Caso Veronica e Giulia